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Il Ponte di Annibale (epoca romana)

La  Leggenda del Ponte di Annibale (chiesa di  Sant’Angelo)

Nel territorio sciglianese ubicato in una proprietà della Famiglia Micciulli troviamo un importante monumento che merita di essere menzionato visto l’interesse suscitato in molti studiosi ed è il Ponte romano volgarmente detto di S. Angelo  o di Annibale. Costituito da un’unica campata, secondo alcuni fu distrutto dagli stessi costruttori nel 203 a. C. all’epoca della sconfitta di Annibale, ma sembra l’ipotesi meno accreditata. Si trova nel Savuto tra Scigliano e Altilia. Partiamo subito dal concetto che il nome dato dalla popolazione, di Annibale, presupporrebbe un passaggio del cartaginese che certamente non è avvenuto. Questo ponte faceva parte della via Popilia o via Reggio- Capua che collegava l’antica Capua con Reggio Calabria. Resta il fatto che molti storici esperti di via Popilia, non tengono in nessun conto il ponte, figurarsi il nome ad esso attribuito. Nel 1906 Eduardo Galli, storico meridionale, scriveva in proposito: “ I ritrovamenti , nelle vicinanze, di embrici, di vasi, di monete imperiali, hanno generato nelle anime semplici dei paesani la falsa credenza che Annibale, prima di partire dall’Italia, vi abbia dimorato lungamente costruendo perfino il ponte e che perciò porta il suo nome”. In effetti Annibale, perché richiamato urgentemente in patria, non poteva indugiare nel Bruzio e tanto meno costruire un ponte; inoltre via Popilia venne costruita tra il 131 ed il 121 a . C . , cioè ottanta anni dopo il passaggio del generale. Il ponte è conosciuto anche col nome di S. Angelo per via di una chiesetta dedicata a questo santo e a settembre si svolge una popolarissima festa.

Secondo la tradizione sul ponte il santo sconfisse il diavolo il quale, per rabbia, tirò un calcio alla spalla destra del ponte, provocandone la grossa lesione che dopo un restauro ora è del tutto scomparsa. Sicuramente possiamo dire questo e cioè che il ponte faceva parte dell’antica via romana che venne costruita a partire da Reggio a Capua per poi congiungersi con le altre arterie che portavano a Roma, ed è l’unica opera ancora agibile nel Bruzio. Altra cosa certa è l’età dell’opera che fu costruita così come tutta la via Popilia, nel periodo della riforma agraria dei Gracchi ( 131 – 121 a . C ). Fu una via che servì da riferimento e limite della riforma agraria promossa da Tiberio Gracco che limitava a 500 iugeri ( 1 iugero = mq 2523, 34 ), circa 379 tomolate ( ha 126.33 ), la proprietà dei ricchi distribuendo 30 iugeri, circa 23 tomolate ( ha 7.66 ), agli agricoltori poveri. Per questo eccesso di riformismo sociale, Tiberio fu ucciso nel Campidoglio, ma la sua opera continuò e fu portata a termine dal fratello Caio nel 121 a . C .Il tracciato, in linea di massima, della strada a partire da Reggio costeggiava il Tirreno, toccava Vibo Valentia, la piana di S. Eufemia, risaliva la valle del Savuto, attraversava il ponte sul fiume e saliva ai Campi di Malito, s’infilava attraverso lo stretto corridoio del torrente Iassa, sboccava al Busento all’altezza del vecchio quartiere di Portapiana di Cosenza e dopo questa città seguiva la sponda sinistra del Crati sino a Tarsia, quindi Morano, il Vallo di Diano, tagliava Salerno e Nocera  e a Capua si congiungeva all’Appia per Roma.

 

La struttura del ponte

Le fondazioni del ponte, si trovano ad una profondità di circa ml 1,50 dal piano attuale del greto del fiume. L’ipotesi dell’interramento di una parte del ponte è da scartare perché il fiume  nel tempo, ha continuato sempre a scavare non poteva, poi  interrare senza opere d’ imbrigliamento o di sbarramento che non furono mai costruite prima delle fondazioni del ponte romano, che sono costituite da una platea di due ordini di blocchi squadrati e sovrapposti per una larghezza di ml 5 circa ed una lunghezza pari a quella del ponte compresa la rampa di salita lato destro , ed uno spessore di ml 1, 40 – 1, 50. Così i mensores romani, intesero creare anche una briglia antierosione, a protezione del ponte, a gradoni a scendere verso il centro. La volta è costituita da due archi concentrici a tutto sesto di blocchi squadrati di tufo a secco e sfalsati, rispettivamente di cm 70 e 45. Il secondo arco è in tufo per le parti prospettiche ed in pietrame e pozzolana all’interno, a copertura del primo arco portante. L’arco portante è impostato direttamente sulla platea di fondazione senza pile d’appoggio e il contro – arco ha la funzione di rinforzo e di contrappeso al primo. La larghezza dell’arco è di ml 3, 55 mentre la lunghezza all’intradosso è di ml 21, 50 circa, l’ altezza massima è di ml 10, 70 rispetto al piano del fiume. I mensores romani, convinti dell’importanza del ponte, lo costruirono in modo da sfidare il tempo e le intemperie; lo costruirono a secco. Evidentemente sapevano già d’allora che assemblando tra loro materiali diversi, non davano sicurezza nel tempo perché hanno una diversa dilatazione, per cui la calce dei giunti si sarebbe erosa con la conseguente caduta dei blocchi di tufo. Invece,  con il passare del tempo i giunti si sono suturati con il calcare scioltosi nelle stesse pietre, tanto da formare un unico blocco. Proprio attraverso l’analisi di questo calcare, fu  possibile stabilire l’età del ponte.  Il responso è che il nostro ponte ha oltre duemila anni.

La chiesa di Sant’Angelo

Situata proprio accanto alla campata del ponte, recuperate nelle fondazioni del corpo di guardia romano, vi è una piccola chiesetta dedicata per l’appunto, a Sant’Angelo. Secondo la tradizione su questo ponte Sant’Angelo avrebbe sconfitto il diavolo che per la rabbia avrebbe tirato un calcio alla spalla destra del ponte, provocandone una lesione ancora visibile.

All’interno vi è solo un quadro di recente manifattura e un altare di cemento. A fianco si può notare quella che un tempo doveva essere l’abitazione del predicatore ormai in rovina. Durante l’anno la chiesa non viene mai utilizzata ed è possibile visitarla, poiché la sua porta rimane sempre aperta.

La festa di Sant’Angelo

La festa è il 29 settembre. La tradizione vuole che si prepari “u cuattu”, spezzatino di carne di capra preparato in loco. Da sempre, il giorno alla festa di Sant’Angelo, si va a piedi fino alla chiesetta, in una sorta di pellegrinaggio, una volta lì si celebra la messa e poi si dà il via alla preparazione dello spezzatino. Da sottolineare che tali tradizioni sono mantenute ancora oggi.

La località è molto suggestiva. Il percorso è abbastanza impervio da raggiungere, ma una volta arrivati, si ha l’impressione di entrare in un altro mondo, con tavolini sparsi nella vallata, i barbecue, la sorgente immersa nel verde e poi il Savuto che scorre placido.

La pietra sfortunata

Abbiamo già ricordato la famosa “pietra del diavolo”. E’ una credenza diffusa nel paese e da tempi antichissimi. C’è chi giurerebbe di aver visto gente ammalarsi, dopo aver toccato la pietra, o addirittura morire. Difficile è stabilire se fatti del genere siano veritieri o meno, comunque aumentano il fascino del luogo.

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